Il diritto di raccontarsi: quando la clinica restituisce la parola alla persona

29.09.2026

Dopo oltre vent’anni di studio e pratica psicoterapeutica, la Poesia Clinica Applicata prova a interrogare il confine tra sapere dell’esperto ed esperienza soggettiva. Non una nuova diagnosi, ma una domanda culturale: prima di interpretare una persona, sappiamo ancora ascoltare il modo in cui racconta se stessa? C’è un momento, nella relazione di cura, che precede ogni diagnosi, ogni interpretazione e forse persino ogni teoria. È il momento in cui una persona cerca le parole.
Dice: «Mi sento in gabbia». Oppure: «Ho un peso addosso». «Non vedo più una via d’uscita».
Potremmo considerarle semplici espressioni linguistiche e tradurle rapidamente nel vocabolario della psicologia. Oppure potremmo fermarci un istante prima e porci una domanda diversa: che cosa sta facendo la mente quando costruisce un’immagine per raccontare qualcosa che ancora non riesce a spiegare? È precisamente in questo spazio che, nel corso di oltre vent’anni di studio, pratica clinica e scrittura, ho progressivamente collocato quella che oggi definisco Poesia Clinica Applicata.
Non si tratta di chiedere alle persone di scrivere versi e neppure di trasformare la psicoterapia in un esercizio letterario.
La poesia viene prima della poesia é quella capacità profondamente umana di dare una forma all’esperienza attraverso immagini, analogie, scene, parole che condensano qualcosa di più ampio.
Prima ancora di comprendere pienamente ciò che viviamo, spesso lo rappresentiamo.
La questione diventa allora clinica, ma anche culturale.
Per molto tempo il rapporto tra sapere specialistico e persona è stato inevitabilmente asimmetrico: qualcuno possiede un sapere, qualcun altro porta un problema. Quell’asimmetria non può essere semplicemente cancellata, la competenza professionale esiste, è necessaria e comporta responsabilità precise ma competenza non significa necessariamente proprietà del significato.
Se una persona mi dice di essere in una gabbia, posso domandarmi immediatamente che cosa quella gabbia significhi secondo la teoria che utilizzo. Oppure posso domandarle: Com’è fatta? Ha una porta? Da quanto tempo sei lì? Che cosa c’è fuori? E soprattutto: chi ha detto che non puoi uscire?
La differenza sembra minima, ma modifica radicalmente la posizione dell’altro. Nel primo caso la sua immagine diventa materiale che io interpreto. Nel secondo diventa un luogo che possiamo esplorare insieme.
La persona non è più soltanto qualcuno sul quale si produce conoscenza. Torna a essere soggetto della conoscenza che riguarda la propria esperienza. Il rischio di diventare ciò che ci è accaduto. Nel percorso teorico della Poesia Clinica Applicata ho utilizzato alcune immagini per descrivere questo movimento: matrice, fiumi, detriti, distanza, matrice sostitutiva, fluidità, ritorno.
Non sono categorie diagnostiche ma coordinate fenomenologiche e clinico-metaforiche attraverso le quali provare a osservare l’esperienza. La matrice indica la continuità dinamica della persona. I fiumi sono ciò che attraversiamo. I detriti sono quello che le esperienze depositano dentro di noi: ricordi, paure, immagini, aspettative, ferite, ma anche capacità, apprendimenti e nuovi confini. Il problema non è possedere detriti. Sarebbe impossibile vivere senza accumularne.

Il problema nasce quando un frammento della nostra storia pretende di diventare l'intera storia.
«Ho fallito» diventa «sono un fallito». «Sono stato abbandonato» diventa «sono una persona che verrà sempre abbandonata». «Sto attraversando una depressione» rischia di trasformarsi in «io sono la mia depressione».
È uno slittamento minuscolo sul piano grammaticale e gigantesco sul piano dell'esperienza.
Una parte occupa il posto del tutto. Tra "sono" e "sto vivendo"
Da qui deriva uno degli esercizi più semplici contenuti nel Quaderno dei Fiumi, il secondo volume che accompagna la sistematizzazione teorica della Poesia Clinica Applicata.

Provare, quando è possibile, a sostituire: "sono" con"sto vivendo".
Non è un gioco di parole e certamente non basta a risolvere una sofferenza.
Serve piuttosto a osservare ciò che accade quando restituiamo il tempo a una frase. "Sono così" sembra descrivere un'identità.
"Sto vivendo questo" descrive un'esperienza.
E ciò che viene vissuto possiede almeno teoricamente un prima, un durante e un dopo.
Il linguaggio non cura magicamente ma può aprire o chiudere possibilità.
Viviamo inoltre un paradosso mai come oggi il linguaggio psicologico è entrato nella conversazione quotidiana.
Tra social network, divulgazione e informazione, utilizziamo con crescente familiarità parole che un tempo appartenevano quasi esclusivamente agli specialisti.
È un processo che ha prodotto anche effetti positivi: parlare della sofferenza psicologica è meno proibito di un tempo.
Ma esiste un rischio opposto, quello di consegnare alle persone moltissime parole con cui classificarsi e troppo poche con cui raccontarsi: Ansioso. Depresso. Narcisista. Dipendente.Traumatizzato.
Sono termini che, quando appartengono a un contesto clinico appropriato, possono avere significati e funzioni precise. Il problema nasce quando diventano scorciatoie identitarie. Una diagnosi può descrivere una dimensione della persona.
Non dovrebbe necessariamente diventare la sua biografia. È qui che la Poesia Clinica Applicata prova a collocare una domanda che riguarda anche il modo in cui divulghiamo la psicologia: stiamo aumentando soltanto il numero delle parole che permettono alle persone di definirsi, oppure anche quelle che consentono loro di raccontarsi?
Se questa domanda possiede un valore, allora non può rimanere confinata nello studio dello psicoterapeuta.
Perché dovremmo cominciare a imparare a distinguere un fatto dalla sua interpretazione soltanto quando stiamo male?
Perché imparare a riconoscere la differenza tra "ho vissuto un fallimento" e "sono un fallimento" soltanto dentro una relazione terapeutica? È qui che intravedo uno dei possibili sviluppi della Poesia Clinica Applicata: la scuola.
Non per portare la psicoterapia nelle classi. Sarebbe un errore e neppure per trasformare insegnanti e genitori in terapeuti improvvisati. La possibilità è molto più semplice e, forse, più ambiziosa: educare progressivamente alla narrazione dell'esperienza. Imparare a dire che cosa è accaduto. Che cosa ho provato. Che cosa ho pensato che significasse.
Quale immagine mi è venuta in mente e soprattutto imparare che nessuna di queste cose, presa isolatamente, deve necessariamente esaurire ciò che sono. Dopo oltre vent'anni di elaborazione, ho raccolto questo percorso in due volumi complementari: Poesia Clinica Applicata. Teoria della matrice e linguaggio poetico del sintomo e Il Quaderno dei Fiumi. Atlante illustrato ed esercizi di auto-osservazione nella poesia clinica applicata. Il primo prova a dare una struttura teorica al modello. Il secondo compie intenzionalmente il movimento contrario: tenta di restituire alcuni strumenti alla persona. È forse questo il punto al quale sono arrivato. Per molti anni mi sono domandato come ascoltare ciò che una persona porta nella stanza di cura. Oggi la domanda che mi interessa maggiormente è un'altra: come possiamo fare in modo che quella persona arrivi nella stanza possedendo già più parole per raccontarsi? Ridurre la distanza tra clinico e persona non significa rinunciare al sapere specialistico. Significa impedire che quel sapere occupi tutto lo spazio. Perché prima della teoria c'è un'esperienza. Prima della diagnosi c'è una storia e prima dell'interpretazione dovrebbe esserci ancora qualcuno disposto ad ascoltarla.

Paolo Russo 

Psicologo – Psicoterapeuta – Psicoanalista

Autore della Poesia Clinica Applicata 

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