Dai 6 ai 103 anni: quando la poesia abbatte le distanze

30.08.2026

Ci sono quasi cento anni tra un bambino di sei e una donna di centotre. Un secolo di esperienze, ricordi, perdite, scoperte e trasformazioni. Eppure esistono luoghi nei quali questa distanza può improvvisamente accorciarsi. Uno di questi luoghi, sabato 29 agosto, è stato il Parco Vita di Ponte San Nicolò, dove l'associazione culturale I Fiumi di Jane ha trasformato una serata di poesia in un viaggio attraverso età, linguaggi ed esperienze differenti. Un viaggio cominciato, non casualmente, nella selva oscura.

Ad aprire l'incontro è stato Paolo Russo, presidente de I Fiumi di Jane, proponendo al pubblico di non considerare ciò che stava per accadere come una semplice successione di letture. «Più che un incontro, il nostro sarà un viaggio attraverso la selva oscura». La selva evocata era naturalmente quella di Dante, ma anche quella che appartiene all'esperienza di ciascuno. Perché esistono momenti nei quali ciò che fino a ieri sembrava ordinato improvvisamente non lo è più. La crisi interrompe una continuità, mette in discussione ciò che conoscevamo e ci costringe a riorganizzare il nostro mondo interiore. «La nostra crescita passa attraverso una crisi, attraverso il metabolizzare un vissuto interno che ci apre al cambiamento», ha spiegato Russo. Non dunque la crisi soltanto come caduta, ma come possibile luogo della trasformazione.

Subito dopo, Roberto ha dato voce alla metafora recitando a memoria il primo canto dell'Inferno della Divina Commedia. Le parole scritte sette secoli fa hanno attraversato il silenzio degli alberi del Parco Vita. E il viaggio è cominciato. Dopo la Divina Commedia sono arrivate le poesie di Michele, Monica e Marco. Voci differenti, come differenti erano le esperienze e le sensibilità portate davanti al pubblico. Ma il passaggio forse più interessante è arrivato poco dopo.

Il microfono è stato consegnato ad Anita, Situm, Kitum e Ginevra, giovanissimi autori dell'associazione, di età compresa tra i 6 e i 16 anni. Hanno letto poesie scritte da loro. Un particolare tutt'altro che secondario. Non erano bambini chiamati a interpretare il mondo culturale degli adulti: portavano il proprio. E così, nello spazio di pochi minuti, davanti allo stesso pubblico si sono incontrati il primo canto dell'Inferno e i versi di un bambino di sei anni. Naturalmente non sono la stessa cosa, ed è proprio questo il punto. Una società inclusiva non è quella nella quale fingiamo che le differenze non esistano. Età, esperienza, formazione, linguaggio e storia personale ci rendono inevitabilmente differenti. Il problema nasce quando la differenza diventa distanza, e la distanza diventa gerarchia; quando qualcuno acquisisce il diritto di parlare e qualcun altro soltanto quello di ascoltare. L'esperienza culturale proposta da I Fiumi di Jane si muove nella direzione opposta: creare uno spazio comune nel quale le differenze possano continuare a esistere senza impedire l'incontro. Per questo un bambino non deve diventare adulto per essere ascoltato e un adulto può, a sua volta, tornare ad ascoltare un bambino.                                

Con gli interventi di Eugenia, Mariya, Stefano, Giuseppe e Maria, il percorso ha progressivamente oltrepassato i confini della poesia. Giuseppe ha introdotto il tema della coscienza, portando al microfono una delle domande che accompagnano da sempre filosofia, psicologia e scienza: cosa significa essere coscienti di noi stessi e della nostra esperienza? Maria ha invece spostato lo sguardo sul tempo, raccontando la storia di una sua amica di 103 anni e introducendo il tema del vivere pienamente i propri anni. Ed è lì che la serata ha trovato quasi involontariamente una delle sue immagini più belle. Poco prima avevano parlato autori giovanissimi, il più piccolo di sei anni; ora veniva raccontata una vita arrivata a centotre. Dai 6 ai 103 anni. Non semplicemente due numeri, ma due punti lontanissimi della stessa traiettoria umana. Il bambino guarda un'esistenza quasi interamente davanti a sé; a centotre anni, quella stessa esistenza contiene un patrimonio sterminato di giorni trascorsi. Eppure entrambi appartengono allo stesso tempo fondamentale: il presente. Perché la vita, indipendentemente dagli anni che abbiamo attraversato o che immaginiamo di avere ancora davanti, può essere vissuta soltanto adesso.

La parte programmata della serata avrebbe potuto terminare così. Ma qualcosa è accaduto. I giovani poeti hanno improvvisato una performance artistica e la loro energia ha progressivamente coinvolto gli adulti presenti. È scomparsa la distinzione rigida tra esibizione e pubblico. Per qualche minuto la cultura ha smesso di essere qualcosa che qualcuno produce e qualcun altro consuma: è diventata partecipazione. Poi Nicole e Francesco, entrambi di otto anni, hanno preso il microfono e letto alcune poesie scritte da Michele. Ancora una volta le generazioni si sono incrociate, questa volta persino all'interno della stessa poesia: le parole di un adulto nella voce di due bambini. Forse non era previsto. Proprio per questo ha raccontato perfettamente ciò che stava accadendo.

Nel frattempo era scesa la notte. Il Parco Vita era diventato un teatro senza pareti: gli alberi intorno, il pubblico raccolto davanti al microfono e sopra tutti una luna luminosa. La serata era iniziata evocando una selva oscura e terminava nella luce. È facile cedere alla tentazione del simbolo, ma forse in questo caso vale la pena farlo, perché ogni trasformazione autentica contiene qualcosa di simile: prima lo smarrimento, poi l'attraversamento, infine uno sguardo differente su ciò che avevamo davanti.

La cultura può avere una funzione simile quando rinuncia a essere soltanto esibizione di ciò che sappiamo e torna a essere luogo nel quale incontriamo ciò che non conosciamo ancora. Anche l'altro. Soprattutto l'altro. Un bambino di sei anni e una donna di centotre non hanno lo stesso sguardo sul mondo. Ed è una fortuna. Il compito di una comunità non dovrebbe essere renderli uguali, ma fare in modo che tra quei due sguardi possa ancora esistere un ponte. Sabato sera quel ponte è stato fatto di poesia. E forse è proprio questo che resta della notte de I Fiumi di Jane: non l'illusione di un mondo senza differenze, ma la possibilità di un mondo con meno distanze.

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